
Il Novecento aveva combattuto soprattutto per il diritto ad avere sesso. Le nuove generazioni sembrano rivendicare qualcosa di leggermente diverso: il diritto a decidere quali specifiche pratiche sessuali preferire, quale ruolo sessuale avere, in quale tipo di relazione e sotto quale identità.
Se si dovesse riassumere in una formula il rapporto della Generazione Z con la sessualità, si potrebbe parlare di un apparente paradosso: meno sesso, ma più desiderio e interesse per la sessualità. I giovani nati tra la seconda metà degli anni Novanta e l’inizio degli anni Dieci hanno rapporti sessuali mediamente meno frequenti e cominciano spesso più tardi rispetto alle generazioni che li hanno preceduti ma, contemporaneamente, parlano con maggiore naturalezza di orientamenti, identità, fantasie, consenso, kink, confini personali e forme alternative di relazione. Non sembra dunque essere il desiderio a scomparire. Cambia piuttosto il posto che il sesso occupa nella vita e, soprattutto, si amplia il confine di quello che era comunemente chiamato “sessualità” e che va oltre il sesso genitalizzato.
I dati sulla cosiddetta sex recession sono ormai difficili da ignorare. La percentuale di studenti delle scuole superiori che dichiara di avere già avuto un rapporto sessuale è passata dal 54% del 1991 a circa il 32% nel 2023. (childstats.gov) Tra i giovani adulti americani la stessa tendenza era già evidente prima della pandemia: tra il 2000 e il 2018 la quota di uomini fra 18 e 24 anni senza alcuna attività sessuale nell’anno precedente era salita dal 18,9% al 30,9%, mentre diminuiva sensibilmente la percentuale di chi aveva rapporti almeno settimanali. (JAMA Network). In Francia, nel 2024, il 28% dei 18-24enni che avevano già avuto esperienze sessuali dichiarava di non avere avuto alcun rapporto nell’ultimo anno: nel 2006 erano appena il 5%. (Ifop Group) Studi europei sulle generazioni adolescenti confermano inoltre una tendenza generale verso una posticipazione dell’iniziazione sessuale in numerosi paesi. (Tandfonline)
È importante, però, non confondere questa diminuzione quantitativa con una restaurazione moralistica. La Gen Z non è “più puritana”. Una ricerca sociologica che ha cercato di spiegare il declino dell’attività sessuale giovanile ha individuato tra i fattori principali la minore formazione di relazioni romantiche, il minor consumo di alcol, l’insicurezza economica e l’enorme aumento del tempo dedicato all’intrattenimento digitale. Complessivamente questi fattori spiegavano circa tre quarti della diminuzione osservata. (Wiley Online Library)
In altre parole, per fare sesso occorrono anche occasioni, socialità, spazi privati, disponibilità economica, relazioni e tempo. La generazione cresciuta fra smartphone, precarietà economica, pandemia, permanenza più lunga nella casa dei genitori e socializzazione digitale dispone spesso di meno occasioni fisiche rispetto alle generazioni precedenti.
Ma c’è anche qualcosa di culturalmente più profondo.
Il sesso non è più una prova da superare
Per le generazioni precedenti l’inizio dell’attività sessuale poteva essere percepito come una tappa quasi obbligatoria dell’ingresso nell’età adulta: perdere la verginità, avere molti partner, conquistare qualcuno costituivano, soprattutto nell’immaginario maschile, indicatori di successo sociale.
Questo automatismo sembra essersi indebolito.
Una delle indicazioni più sorprendenti viene dal rapporto NIQ–National Retail Federation del 2024. In una graduatoria di 57 valori personali proposta ai giovani americani, il sesso occupa soltanto il 42° posto. Per confronto, i Millennials della stessa età lo collocavano al 21° posto nel 2009. Anche “romance” scende dal 19° al 31° posto. Le relazioni personali stabili passano dal secondo posto occupato dai Millennials nel 2009 al quattordicesimo della Gen Z. (cdn.nrf.com)
Prima del sesso vengono valori come autenticità, godersi la vita, libertà e sicurezza materiale. Autenticità è addirittura al primo posto e amicizia al sesto; il 43% dichiara inoltre molto importante il senso di comunità. (cdn.nrf.com)
Questo dato aiuta a comprendere molta della sessualità Gen Z. Il sesso perde centralità come prestazione e come certificazione di successo personale. Può essere rimandato, rifiutato o semplicemente non essere considerato indispensabile.
Non significa necessariamente che questi giovani abbiano meno desiderio. Significa che sono meno disponibili a fare sesso soltanto perché “si dovrebbe” fare sesso.
La trasformazione è particolarmente evidente nella sessualità femminile. L’indagine francese sulla sex recession rileva che tra le donne 18-49 anni la percentuale di coloro che dichiarano di avere talvolta rapporti pur non desiderandoli è scesa dal 76% del 1981 al 52% attuale. (Ifop Group) È ancora un valore elevato, ma il cambiamento storico è evidente: il consenso non riguarda più soltanto la distinzione giuridica fra sì e no, ma sempre più il diritto a non considerare il sesso un dovere coniugale o relazionale.
Meno quantità, maggiore varietà
Una delle interpretazioni più interessanti della sex recession è quindi che almeno una parte di essa rappresenti non la scomparsa del desiderio, ma l’aumento della soglia necessaria perché un desiderio venga trasformato in una pratica, in una azione, in una scelta.
La Gen Z sembra più disposta delle generazioni precedenti a dire: posso desiderare qualcosa senza essere obbligato a farlo; posso fantasticare senza realizzare la fantasia; posso avere una relazione senza considerare il sesso indispensabile; posso non avere rapporti senza pensare di essere socialmente “in ritardo”.
Questo è uno spostamento culturale enorme.
Inoltre questa è la generazione che ha reso familiari termini come situationship, polyamory, ethical non-monogamy o relationship anarchy senza però abbandonare la coppia fissa.
La monogamia è passata da norma obbligatoria a possibilità scelta. La Gen Z può contemporaneamente desiderare una coppia esclusiva e considerare legittime molte altre configurazioni.
Un’indagine francese del maggio 2026 su 1.004 persone tra 15 e 29 anni arriva a una conclusione simile: l’esclusività rimane un riferimento molto forte, mentre fantasie e attrazioni oltre i confini della coppia sono diffusissime. (Ifop Group)
La generazione delle identità sessuali plurali
Dove la differenza rispetto alle generazioni precedenti diventa ancora più evidente è nel rapporto con l’identità.
I dati Gallup pubblicati nel febbraio 2026 mostrano che circa il 23% degli adulti sotto i trent’anni si identifica come LGBTQIA+. Gallup osserva che quasi un adulto Gen Z su quattro si definisce oggi in termini diversi dall’eterosessualità, con la bisessualità come identificazione nettamente più frequente tra i giovani. (Gallup.com)
Il sondaggio Ipsos Pride 2024 condotto in 26 paesi trovava un’identificazione LGBT+ nel 17% della Gen Z, contro l’11% dei Millennials, il 6% della Gen X e il 5% dei Boomers. (ipsos.com) In Italia una ricerca del 2023 su 2.600 studenti universitari fra 19 e 21 anni del Nord Italia ha trovato che circa il 18% non si definiva eterosessuale, percentuale confrontabile con quella rilevata fra giovani della stessa età in altri paesi occidentali. (Springer Nature)
Non possiamo sapere quanto di questo aumento corrisponda a un’autentica variazione della distribuzione del desiderio e quanto, invece, alla possibilità di dare finalmente un nome a desideri che le generazioni precedenti avrebbero nascosto o ricondotto forzatamente all’eterosessualità. Probabilmente entrambi i processi partecipano al fenomeno.
Ed è precisamente qui che si inserisce il kink.
Kink: da comportamento segreto a linguaggio del desiderio
Una review del 2024 ricorda, per esempio, che una ricerca dei primi anni Duemila trovava soltanto circa il 2% degli uomini e l’1,4% delle donne coinvolti in BDSM nell’ultimo anno, mentre un’indagine molto più recente, utilizzando una definizione decisamente più ampia, rilevava che il 47% aveva sperimentato almeno un’attività associabile al BDSM e un ulteriore 22% ne aveva fantasticato. Gli autori sottolineano però un elemento relativamente costante: interessi e pratiche BDSM risultano generalmente più frequenti fra gli adulti giovani e fra le minoranze sessuali, e le fantasie sono molto più diffuse della pratica effettiva. (Springer Nature)
Questa distinzione è fondamentale. Non possiamo sostenere seriamente che nel 2026 esistano cinque o dieci volte più persone “biologicamente kinky” rispetto a trent’anni fa. Possiamo invece affermare con molta più sicurezza che il kink è molto più visibile, nominabile, accessibile e culturalmente legittimo.
E abbiamo anche alcuni indizi di un’effettiva crescita generazionale.
Nel rapporto Kinsey–Feeld, il 56% della Gen Z dichiarava fantasie BDSM, contro il 52% dei Millennials, il 31% della Gen X e il 12% dei Boomers. Tra gli utenti Feeld, inoltre, il 55% dei Gen Z dichiarava di avere scoperto un nuovo kink durante l’utilizzo della piattaforma, contro il 49% dei Millennials, il 39% della Gen X e il 33% dei Boomers. (Feeld) Anche qui i campioni richiedono prudenza, ma la differenza generazionale è troppo consistente per essere liquidata come semplice folklore digitale.
È interessante anche il significato attribuito al BDSM. Un’indagine internazionale su 810 praticanti pubblicata sul Journal of Sex Research mostra che la motivazione più comune non era affatto la ricerca di una sessualità “estrema”, ma semplicemente enjoyment/fun. Con l’esperienza, inoltre, il BDSM può assumere componenti di socialità, comunità, esplorazione personale e identità che vanno oltre il rapporto sessuale in senso stretto. (PubMed)
È forse questo il punto in cui il kink incontra in maniera particolarmente efficace l’immaginario della Gen Z.
Il kink consente di concepire il sesso non come una successione standardizzata di comportamenti, ma come qualcosa da negoziare, personalizzare e costruire: che cosa desidero? Che cosa non desidero? Qual è il mio limite? Quale ruolo voglio assumere? Quale fantasia mi appartiene? Che cosa significa per me questa esperienza?
Sono domande sorprendentemente compatibili con i valori che le ricerche attribuiscono alla generazione: autenticità, identità personale, autonomia, comunicazione, appartenenza e libertà.
Il consenso come parte dell’erotismo
Probabilmente nessuna generazione precedente è cresciuta immersa nel linguaggio del consenso quanto la Gen Z.
Uno studio statunitense del 2025 su 900 giovani tra 18 e 26 anni mostra qualcosa di interessante: quando viene chiesto di quali aspetti delle relazioni desidererebbero parlare più apertamente, al primo posto compaiono proprio desideri, preferenze e cose gradite o sgradite nel sesso, indicati dal 57% del campione; seguono sex toys, definizione della relazione, gelosia e consenso rispetto a specifiche attività sessuali. (Tandfonline)
Questo rappresenta una trasformazione rispetto a una sessualità tradizionale largamente basata su copioni impliciti.
Il buon incontro erotico contemporaneo tende invece idealmente a richiedere conoscenza di sé e comunicazione: non soltanto “voglio fare sesso con te”, ma come voglio farlo, che cosa desidero, che cosa desideri tu, che cosa possiamo inventare insieme.
Ed è proprio nel BDSM e nel kink che questo linguaggio, limiti, negoziazione, consenso, aftercare, possibilità di interrompere, è stato storicamente formalizzato in modo particolarmente esplicito. Non è quindi sorprendente che elementi della cultura kinky possano risultare intuitivamente comprensibili a una generazione educata a considerare il consenso non un preliminare burocratico al sesso, ma parte della relazione erotica stessa.
La vera rivoluzione: separare il desiderio dal dovere
Forse il cambiamento più profondo introdotto dalla Generazione Z non consiste né nel fare più sesso né nel farne meno.
Consiste nell’avere progressivamente separato tre cose che per molto tempo sono state considerate quasi sinonimi: erotismo, rapporto sessuale e normalità.
Si può avere un erotismo acceso e pieno senza avere molti rapporti. Si possono possedere fantasie elaborate senza volerle necessariamente realizzare. Si può desiderare il BDSM ed essere monogami. Si può essere non monogami e avere poco interesse per il sesso. Si può cercare una relazione romantica senza considerarla automaticamente superiore all’amicizia. E si può attraversare nel corso della vita più di una definizione del proprio orientamento, del proprio genere o dei propri desideri.
Da questo punto di vista la Gen Z potrebbe essere definita non tanto la generazione della liberazione sessuale, quella rivoluzione appartiene storicamente alle generazioni precedenti, quanto la generazione della personalizzazione sessuale.
Il Novecento aveva combattuto soprattutto per il diritto ad avere sesso. Le nuove generazioni sembrano rivendicare qualcosa di leggermente diverso: il diritto a decidere quali specifiche pratiche sessuali preferire, quale ruolo sessuale avere, in quale tipo di relazione e sotto quale identità
È qui che il kink assume un significato culturale più vasto della singola pratica erotica. Nel suo significato contemporaneo esso diventa una grammatica attraverso cui il desiderio può essere nominato, discusso, negoziato e trasformato in identità oppure semplicemente sperimentato.
Per questo il paradosso iniziale smette di essere un paradosso.
La Gen Z può fare meno sesso e contemporaneamente essere una delle generazioni sessualmente più esplorative che abbiamo conosciuto. Perché la quantità degli atti si sta riducendo mentre aumenta il territorio socialmente riconosciuto del desiderio.
Ed è probabilmente questa, più che la semplice diffusione di una particolare pratica, la vera rivoluzione kinky della nuova generazione.
