2. Kink & BDSM

Con kink intendiamo qualsiasi desiderio, fantasia o pratica erotica consensuale che esce dal sesso convenzionale e si apre all’esplorazione.
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“Non esistono desideri sbagliati: esistono solo desideri non ascoltati”.
Pat Califia, Public Sex: The Culture of Radical Sex

Il kink è ciò che accade quando la sessualità smette di camminare in linea retta e comincia a danzare.

Con kink intendiamo qualsiasi desiderio, fantasia o pratica erotica consensuale che esce dal sesso convenzionale e si apre all’esplorazione.

Una stessa pratica può essere vista come normale o estrema, accettabile o scandalosa, sacra o volgare. Tutto dipende da dove ti trovi, da con chi sei e, soprattutto, da chi tu sei. Il sesso anale può sembrarti trasgressivo se hai sempre fatto solo sesso pene-in-vagina. Un threesome? Tabù per alcuni, molto meno per chi vive in una relazione poly o swinger/scambista.

Sebbene, quindi, i confini del kink siano per certi versi permeabili, fluidi, personali, è più netto, invece, cosa sia il suo “opposto”, ossia la sessualità vaniglia (in inglese vanilla sex). Vaniglia, come il gelato: dolce e familiare, per palati che cercano semplicità. Per vanilla si intende il sesso tradizionale, normativo e comunemente accettato dalla società, oltre che il più rappresentato: il sesso pene-in-vagina.

Ma il kinky non esclude il sesso genitalizzato. Semplicemente, quello è una lettera tra le altre: non l’intero alfabeto. Il sesso vanilla ha un alfabeto piacevolissimo ma ristretto; il sesso kinky, invece, ha un alfabeto enorme, con cui puoi scrivere sia le parole del sesso convenzionale, sia un’infinità di altre parole.

 

Nel kinky, l’intero corpo si fa alfabeto di piaceri, pratiche e desideri: ogni centimetro di pelle, ogni anfratto, ogni fluido, ogni sensazione è lettera. E con quell’alfabeto puoi scrivere romanzi, poesie, urla, lamenti, canti sacri, biografie.

Ma andiamo nel concreto: secondo il “Journal of Sex Research” (giugno 2026), il BDSM rappresenta il 90% delle pratiche dell’universo kink (per questo sono spesso utilizzati come sinonimi). Del restante 10%, un 7% è rappresentato dai feticisti “puri”: che, per esempio, adorano singole parti del corpo come piedi, seno, ascelle, sedere, materiali come il latex o oggetti come gli stivali, ma senza desiderarli in uno scenario di dominazione e sottomissione. Un esempio? Rocco Siffredi, grande appassionato di piedini femminili, non li lecca per sottomettersi, ma perché gli gustano proprio assai. Rocco è quindi kinky ma non necessariamente BDSM.

 

Il restante 3% del kink è rappresentato dalla terra di confine dove si incontrano kink e scambismo (innanzitutto nel cuckolding con tutte le sue varianti) e dai giochi di sensazione, compresa la cera, quando però usati in modo soft come pura esperienza sensoriale e non inclusi in giochi di potere o di dolore.

Per alcune persone il kinky è un intero stile di vita erotico; per altre è una spezia occasionale. Entrambe sono manifestazioni belle e valide del tuo Cromosoma K.

Potresti immaginare il kink come un grande menù del desiderio. Non sei obbligata ad assaggiare tutto, né a dimostrare nulla a nessuno. Puoi sederti, appoggiare la schiena, respirare, scorrere lentamente le voci del menù una a una e ascoltare serenamente cosa accade nel tuo corpo: cosa ti incuriosisce, cosa ti fa venire l’acquolina, cosa ti lascia indifferente, cosa ti spalanca l’appetito e cosa invece ti chiude. Alcune portate resteranno solo nomi lontani, altre diventeranno i tupi piatti preferiti. E va bene così. Il Cromosoma K non chiede di divorare ogni cosa, invita solo di riconoscere e soddisfare il proprio vero gusto.

 

E ora veniamo al BDSM.

Il BDSM non è una collezione di eccessi ma un menù di pratiche e dinamiche erotiche consensuali in cui due o più persone negoziano un perimetro di gioco, vincoli, regole, ruoli e/o sensazioni intense come il dolore fisico e le negoziano con confini chiari, responsabilità condivisa e cura reciproca. Come in ogni vero menù, nulla è obbligatorio. Puoi saltare intere portate, appassionarti ad alcune e mangiare sempre quelle, oppure chiedere delle variazioni, cambiare ingredienti, eliminare ciò che non ti piace, aggiungere ciò che ti accende. E, perché no, inventare un piatto nuovo: una pratica, una combinazione, un rituale, che forse un giorno entrerà anche nel menù di altre persone. Perché il BDSM non è “famolo strano” ma costruire una scena. Prima si parla, poi si decide, poi si agisce: desideri, limiti, rischi, segnali. Il consenso è informato e revocabile; il rischio è gestito; la cura è parte dell’esperienza.

Il Reame del BDSM ha tre grandi territori:

Bondage & Disciplina (B&D): corde, manette, bende, ma anche protocolli, rituali, addestramento.

Dominazione & Sottomissione (D&S) ossia i Giochi di Potere: il BDSM più cerebrale, erotizzazione dei ruoli e del controllo.

Sadismo & Masochismo (S&M): i Giochi di Dolore, dove il piacere può nascere nel dare o ricevere stimoli intensi, impatto, sensazioni fisiche forti.

Come riportato nello studio Between Pleasure and Pain: A Pilot Study on the Biological Mechanisms Associated with BDSM Interactions in Dominants and Submissives (2025): “Nel BDSM, dolore, potere e piacere non sono contrari: si intrecciano in una precisa esperienza biologica del godimento. Le risposte del corpo durante una scena BDSM mostrano che ciò che molti giudicano deviante appartiene invece alla fisiologia del piacere”.

Sadismo e masochismo portano il nome di due figure che la storia ha prima demonizzato, poi sussurrato, poi studiato con rispetto: il marchese De Sade e il barone Von Sacher-Masoch. Il primo, scrittore libertino visionario, esplorò nei suoi testi la crudeltà, l’eccitazione, la ribellione del corpo contro la morale. Nulla, però, di ciò che descrive può essere preso a modello di pratica BDSM: nei suoi racconti manca l’elemento decisivo che separa la violenza dal gioco erotico, il consenso. Il barone Leopold von Sacher-Masoch, invece, intesseva nei suoi romanzi il piacere nella sottomissione, estasi nel patire, eleganza nella ferita desiderata e subita. Pur radicalmente diversi, furono entrambi osservatori estremi dell’umano.

La sigla BDSM nasce negli annunci personali sulle riviste, negli anni in cui era necessario adottare “codici segreti” per aggirare censura e leggi sull’oscenità. Il suo simbolo è il triskele: un cerchio con tre spirali, come uno yin e yang con tre “occhi” invece che due. La scelta è legata al romanzo Histoire d’O di Pauline Réage, dove il triskele è lo stemma della cittadella di Nuova Roissy; lì verrà marchiato sulla pelle di schiave e schiavi che scelgono di vivere in quel centro di addestramento sadomaso. Sullo sfondo, la bandiera usa il nero e il blu: in inglese black and blue è il modo per indicare il colore dei lividi.

Semplificando: il kink è l’ombrello di tutti i piaceri non convenzionali; quando un piacere kinky viene inserito in una cornice esplicita di giochi di potere e/o di dolore, diventa BDSM. Per questo il BDSM può essere erotizzazione del potere, erotizzazione delle sensazioni intense, o entrambe le cose.

Un banchetto sensoriale senza gerarchia fra le portate, dove ciò che ad alcune sembra “solo un antipasto” per altre è invece un succulento un piatto completo.

Foucault, infatti, vedeva il BDSM come un mezzo per usare
“ogni parte del corpo come strumento sessuale”.

Al contempo, esistono pratiche in cui il corpo è quasi per nulla coinvolto, e l’orgasmo è un evento mentale: può essere un ordine, può essere una negazione, può essere una promessa.

Il BDSM sfida anche i costumi sociali che vorrebbero la sessualità fosse vissuta solo ed esclusivamente nel privato. È possibile vivere grandi esperienze kinky nei play party, spazi safe che diventano luoghi di comunità in cui ci si conosce, ci si connette e si percepisce con forza di essere in tante, tantissime, a vivere queste sessualità.

Alla base del BDSM c’è un’etica rigorosa: consenso esplicito, comunicazione radicale, ascolto profondo. Nulla è lasciato al caso.

La safeword è quella parola che, quando viene detta, interrompe ciò che sta accadendo: la garanzia della libertà condivisa.

La dominazione non sia solo una questione di controllo, ma una forma raffinata di connessione tra le persone. Esistono molte sfumature di dominazione: dal semplice guidare e dirigere un partner fino all’oggettificazione totale. La dominazione può essere intensa e brutale, così come dolce e protettiva. Per alcune BDSM è un viaggio nella propria ombra, per altre un atto di fiducia assoluta o una celebrazione della propria unicità erotica.

Il BDSM non è violenza. Il BDSM è l’opposto dell’abuso

Come scrive Massimo Fusillo in Sceneggiature del desiderio: fantasmi fetish e cinema, il BDSM “è capace di trasfigurare le pulsioni aggressive e (auto)distruttive decantandole nel gioco” in quanto, nella sua essenza, il BDSM è impulso erotico strutturato, una temporanea gerarchia in cui nulla è imposto e tutto è scelto. Il dolore, quando c’è, non è danno: amplifica. Accende i sensi, catalizza emozioni, spalanca abissi interiori da cui si riemerge grate, vive, potenti. Le persone sottomesse non vengono annientate ma ascoltate, guidate, riconosciute. Dominanti e sottomesse plasmano una coreografia psichica e sensuale, intima e sacra. Nel linguaggio kink, parole come tortura funzionano spesso come un’insegna al neon: accendono l’immaginario, promettono tempesta, ma servono a nominare qualcosa che, quando è fatto bene, è l’esatto contrario della violenza.

La violenza cancella la soggettività: non chiede, non ascolta, non si ferma. Il BDSM, invece, nasce dalla costruzione relazionale del consenso, cioè dell’autonomia corporea offerta al gioco.

È un patto che rende possibile trasformazioni e intensità anche radicali ma solo all’interno di una cornice scelta e agita in comune e finalizzata al mutuo piacere.
Tutto questo rende inconciliabile il BDSM con qualsiasi forma di abuso e violenza.

Nel BDSM non c’è spazio per l’ignoranza.

Ci sono pratiche, scenari, ruoli, tecniche e un sapere comunitario (che si apre a essere innovato ed evoluto) che permettono di vivere il gioco felicemente, senza rischi e provando esperienze uniche, indimenticabili e impensabili fino a poco prima

Si parla di dolore consensuale come modulazione dell’intensità sensoriale, aumentare una sensazione fino a farla diventare significativa, viva, e poi regolarla, sospenderla, trasformarla, sempre dentro limiti scelti e in quella specifica cornice di gioco.

Del concreto si parla di dolore consensuale come modulazione dell’intensità sensoriale, aumentare una sensazione fino a farla diventare significativa, viva, e poi regolarla, sospenderla, trasformarla, sempre dentro limiti scelti. E il consenso, come vedremo, non è un timbro messo all’inizio: è un processo dinamico. Alexandra Fanghanel, su Sexualities, mostra come nelle pratiche BDSM il consenso venga pensato oltre il binario “sì/no” e diventi negoziazione continua, fatta di linguaggi, segnali, riparazioni, responsabilità, proprio perché l’intensità richiede cura.

Questa cura ha un nome semplice e rivoluzionario: Aftercare.

Non è “dolcezza opzionale” né sentimentalismo: è una parte strutturale del gioco, il momento in cui l’intensità viene integrata, i corpi tornano a terra, l’esperienza viene resa nutriente e non predatoria. Studi recenti sull’aftercare descrivono come le persone lo usino per proteggere il benessere, la relazione e anche la reputazione reciproca dentro comunità che prendono sul serio responsabilità e fiducia.

C’è poi un aspetto culturalmente bellissimo: questa cultura del patto rende il BDSM sorprendentemente affine a pratiche di comunicazione tipiche di comunità marginalizzate, dove il corpo non può essere dato per scontato. Studi recenti (come J.N. Gunning, A Preliminary Investigation into Intersections of Sexual Communication in Bondage, Domination, Sadomasochism and Disability, 2025) mostrano sovrapposizioni tra comunità BDSM e disabilità nelle competenze di comunicazione sessuale e di “boundary-setting”: preparazione, chiarezza, attenzione a bisogni fisici ed emotivi che cambiano. E ricerche recenti esplorano anche come, per alcune persone con dolore cronico, la partecipazione al BDSM possa intrecciarsi a significati e benefici soggettivi e situati.

C’è un’ultima caratteristica, forse la più sovversiva: il BDSM scardina l’idea che identità, genere e potere siano “naturali e inevitabili”. Qui ruoli e identità non sono un destino biologico: sono scelte personali. Si indossano, si sperimentano, si capovolgono. E così si vede la verità che la norma nasconde: molte gerarchie sono costruzioni. Per questo il BDSM ha una forza queer e femminista: parodia il potere, ne smonta la retorica, risignifica i ruoli imposti a donne e uomini; mostra che ciò che viene definito “giusto e normale” spesso è solo abitudine. Il BDSM è performare il potere per rovesciarne il significato (come dal titolo del convegno universitario sul kink curato da BOND, Osservatorio su BDSM e normatività). parte raccontano di un mondo dove potere e desiderio vengono messi in discussione

Il BDSM accoglie corpi non conformi e identità queer, trans, non binarie, neurodivergenti, e chiunque si senta fuori dai confini imposti dalla norma

Qui la differenza non è una ricchezza che moltiplica le possibilità di connessione e gusto. Come riportato in The Invisible Gate: Experiences of Well-Being in the Context of kink Sexuality (2024): “Per gli amanti di sessioni e dungeon, il BDSM non è solo eccitazione: è crescita personale, riparazione e benessere”.

Per chiarire: una sessione è un incontro di gioco BDSM concordato in cui una o più persone mettono in scena pratiche, ruoli o dinamiche kinky entro limiti chiari e consensuali.Un dungeon è uno spazio attrezzato e sicuro dedicato alle pratiche BDSM, presente in club, play party o contesti privati. Può contenere letti, croci di Sant’Andrea, panche, strumenti di impact play e zone per il gioco consensuale. Non è un luogo “pericoloso”, ma una stanza rituale del desiderio, dove intensità, consenso, regole e cura trasformano il gioco in esperienza.

Ogni scenario BDSM può diventare un atto di insurrezione personale: liberarsi da precetti morali imposti, giocare con il dolore invece che fuggirlo, erotizzare ambiti del quotidiano normalmente non sessualizzati, schernire il potere smascherando come dietro di esso ci siano spesso vuote convenzioni sociali, e risignificare in chiave ludica ed edonistica i ruoli di una società che si prende troppo, davvero troppo, sul serio.

Foto © Daniele Di Egidio

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